Vitamina D e (ab)uso di prazoli

Giulia Rizzo, Rachele Ciccocioppo

Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, Dipartimento di Medicina e Scienze dell’Invecchiamento, Ospedale Clinicizzato SS. Annunziata & Università Gabriele d’Annunzio di Chieti – Pescara

DOI 10.30455/2611-2876-2025-6

Gli inibitori della pompa protonica presente sulle cellule parietali gastriche (proton pump inhibitor, PPI) rappresentano una delle classi di farmaci più prescritte al mondo e costituiscono un pilastro nella gestione delle patologie acido-correlate. La loro maggiore efficacia rispetto agli anti-H2 (quali cimetidina, ranitina, famotidina, ecc.) nell’indurre una totale e prolungata soppressione della secrezione acida gastrica ne ha favorito un uso sempre più esteso. Quest’ultimo è stato alimentato dall’impatto epidemiologico che l’infezione da Helicobacter pylori, principale causa di malattia peptica, aveva in passato nei Paesi occidentali e continua ad avere nei Paesi in via di sviluppo. Inoltre, la possibilità di un acquisto diretto da parte dell’utente senza una prescrizione medica ha determinato un impiego spesso improprio, che va oltre le indicazioni cliniche formalmente riconosciute. In Italia i PPI rappresentano il 5-10% delle prescrizioni farmaceutiche, in linea con quanto osservato in altri Paesi 1, con una quota crescente di utilizzo in assenza di reali fattori di rischio o di valide indicazioni. Ciò ha fatto sì che negli ultimi anni emergesse un crescente interesse nei confronti degli effetti collaterali conseguenti all’impiego prolungato di questi farmaci. Una cospicua letteratura ha, infatti, documentato come la soppressione cronica della secrezione acida gastrica induca profonde modificazioni dell’ecosistema intestinale, del metabolismo dei micronutrienti e dell’omeostasi minerale e ormonale. Tra le complicanze più frequentemente riportate figurano un aumentato rischio infettivo, la contaminazione batterica del tenue, la riduzione dell’assorbimento di ferro, vitamina B12 e magnesio, e alterazioni significative del metabolismo della vitamina D e del calcio. Ricerche più recenti hanno, inoltre, messo in evidenza la possibilità che i PPI esercitino anche degli effetti negativi diretti sul tessuto osseo, interferendo con i meccanismi regolatori la proliferazione osteoblastica e l’attività osteoclastica. In particolare, l’associazione tra ipomagnesiemia, ridotta attivazione della vitamina D, ipocalcemia lieve e incremento del turnover osseo configura un quadro fisiopatologico complesso, che va ben oltre la tradizionale spiegazione basata sulla ipocloridria. Queste osservazioni suggeriscono che l’uso cronico dei PPI rappresenti un fattore di rischio multidimensionale, capace di agire attraverso vie metaboliche, endocrine e microbiologiche convergenti verso una compromissione dell’equilibrio osseo. In tale prospettiva, la valutazione critica dell’appropriatezza prescrittiva e la comprensione dei meccanismi alla base delle complicanze associate all’uso cronico di PPI assumono un ruolo fondamentale per una prescrizione e per un uso consapevoli e personalizzati di questi farmaci.

Scarica il PDF